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Pochi ingredienti, tante varianti, una storia lunghissima. Le ricette di tigelle (o crescentine) e gnocchi fritti si sono tramandate di generazione in generazione per secoli. Sono, in compagnia di piadine, crescenti bolognesi, crescentine fritte, streghe bolognesi, ciacci e borlenghi, ricchezza culturale del territorio. L’identità è tutta nell’impasto, a base di pane, acqua, lievito, sale e strutto oppure olio. Una volta cotto, è servito a sfamare poveri e ricchi, contadini ed Estensi. Oggi da ex pani poveri sono promossi a cibo da strada gourmet; hanno una fama che supera i confini regionali e si rinnovano per stare alla pari con i tempi.

 

Con cosa li mangio?

All’essenzialità della composizione fa da contrappunto la fastosità degli accompagnamenti. Salati o dolci. Un buon piatto di prosciutto, formaggi, ciccioli, coppa. Marmellata piccante. Battuto di lardo e un buon parmigiano grattugiato. Marmellata di duroni. Qui l’unico limite è la fantasia. Alcuni accostamenti sono tradizionali come lardo e parmigiano, altri più recenti come la Nutella, molto gradita con la tigella. L’innovazione si mette accanto al piatto ma anche dentro, nell’impasto: gnocchi fritti preparati con latte di soia, il rosmarino o la farina di kamut per una nota di gusto insolita. La versatilità è l’altro lato della semplicità  e spunta anche nelle occasioni per gustarsi tigelle e gnocco, non potrebbero essere più diverse. Aperitivo o pranzo o colazione. Fino a qualche decennio fa si cucinavano gnocchi fritti in abbondanza proprio per tenerli per la colazione. La crescenta fritta (simile agli gnocchi fritti ma fatta di farina, uovo, latte, sale, burro, bicarbonato), nutrimento della povera gente, di campagna e di città, veniva mangiata durante la prima colazione, così come le crescentine fritte bolognesi, rimaste vuote e del giorno precedente.